IL DESTINO È LEGNA E CENERE - #severino #galimberti #filosofia #motivazione #destino #nulla
May 17, 2026•Channel
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Emanuele Severino è il famoso maestro di Umberto Galimberti, considerato da molti uno dei più grandi filosofi italiani del Novecento e, per numerosi studiosi europei, una delle menti filosofiche più radicali del secolo. Il suo pensiero non si limitò a commentare la tradizione occidentale: tentò di distruggerne il fondamento nascosto. Severino sosteneva infatti che l’intera civiltà occidentale, da Platone fino alla tecnica contemporanea, fosse costruita sopra un errore originario: la convinzione che gli esseri possano passare dal nulla all’essere e dall’essere al nulla.
Nato a Brescia nel 1929, Severino mostrò fin da giovanissimo una predisposizione straordinaria per la filosofia teoretica. Studiò presso la Università di Pavia, dove si laureò nel 1950 con una tesi su Heidegger. Già in questa fase emergeva il nucleo del suo pensiero: il problema dell’essere, del nulla e del destino della verità.
Negli anni Cinquanta iniziò la carriera accademica alla Università Cattolica del Sacro Cuore, una delle istituzioni cattoliche più importanti d’Europa. Qui Severino divenne professore ordinario di Filosofia Teoretica in età molto giovane. Ed è proprio dentro quelle aule milanesi che avvenne l’incontro decisivo con Umberto Galimberti.
Galimberti fu suo allievo diretto negli anni Sessanta. Frequentava i corsi di Severino quando il filosofo bresciano stava elaborando le opere che avrebbero provocato uno dei più grandi scontri intellettuali nella filosofia italiana contemporanea. Le lezioni di Severino erano considerate quasi sconvolgenti. Non parlava come un professore accademico tradizionale. Procedeva come un pensatore che voleva portare ogni concetto fino al punto estremo della sua coerenza.
Per Severino, il nichilismo non era un’ideologia tra le altre. Era il destino nascosto dell’Occidente. Se l’uomo crede che le cose nascano dal nulla e ritornino nel nulla, allora tutto diventa disponibile, manipolabile, distruggibile. Ed è qui che Severino individua la radice metafisica della tecnica moderna.
Galimberti assorbì profondamente questa impostazione. Anche se in seguito svilupperà un percorso autonomo, soprattutto influenzato da Carl Gustav Jung, dalla psicoanalisi e dall’analisi della tecnica, l’impronta severiniana resterà evidente nella struttura del suo pensiero: la critica radicale dell’Occidente, il nichilismo, la perdita del senso, il dominio della tecnica sull’uomo contemporaneo.
Negli anni Sessanta Severino pubblicò opere decisive come “La struttura originaria” e “Essenza del nichilismo”. I suoi testi iniziarono a creare tensioni enormi con il mondo cattolico. La ragione era semplice e devastante: Severino negava implicitamente l’idea cristiana della creazione. Se gli esseri non possono venire dal nulla, allora anche la creazione ex nihilo diventa filosoficamente impossibile.
Nel 1969 arrivò il conflitto definitivo con la Chiesa cattolica. Il Sant’Uffizio dichiarò incompatibile il suo pensiero con la dottrina cristiana. Fu uno degli episodi filosofici più clamorosi dell’Italia contemporanea. Un professore della principale università cattolica italiana accusato, in sostanza, di distruggere il fondamento metafisico del cristianesimo.
Dopo la rottura con la Cattolica, Severino si trasferì alla Università Ca’ Foscari Venezia, dove insegnò per decenni Filosofia Teoretica. Venezia divenne il centro della sua scuola filosofica. Intere generazioni di studenti seguirono le sue lezioni, spesso descritte come esperienze quasi ipnotiche per rigore logico e intensità speculativa.
Galimberti, pur prendendo altre direzioni, conserverà sempre un rispetto enorme verso il maestro. In molte interviste lo ha definito una delle menti più straordinarie mai incontrate. E si comprende perché: Severino non insegnava semplicemente filosofia. Insegnava a sospettare delle fondamenta stesse della civiltà occidentale.
Nel rapporto tra Severino e Galimberti si intravede quasi una genealogia del pensiero contemporaneo italiano. Severino porta il discorso fino all’ontologia assoluta dell’essere eterno. Galimberti trasporta quella ferita metafisica dentro la psicologia collettiva, la tecnica, il nichilismo quotidiano dell’uomo moderno.
Come se il maestro avesse mostrato l’abisso teorico, e l’allievo ne avesse raccontato le conseguenze dentro la vita concreta degli uomini contemporanei.