CLAMOROSO HAARETZ: "NETANYAHU VOLEVA FARE PRESIDENTE IN IRAN IL SUO PEGGIOR NEMICO" | G. Bianchi

Jul 15, 2026Channel
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Languageit
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▷ AIUTA L'INFORMAZIONE LIBERA, SOSTIENICI: https://donazioni.radioradio.it/ Qui la vicenda si complica, e non poco. Il 13 luglio è Haaretz, testata progressista israeliana tutt'altro che tenera con Netanyahu, a pubblicare un'inchiesta basata su oltre trenta fonti tra vertici politici, militari e diplomatici. E il quadro che emerge non è quello di un'operazione segreta condotta con freddezza chirurgica, ma di un azzardo che l'intero establishment della sicurezza israeliana considerava una follia. Il generale Binder, capo dell'intelligence militare, giudicava bassissima la probabilità di un crollo del regime. Il generale Mizrahi Rosen aveva messo tutto per iscritto in un documento contrario. Il consigliere per la sicurezza nazionale Hanegbi aveva semplicemente smesso di presentarsi alle riunioni, liquidando i piani come fantascienza. L'unico convinto, l'unico che ci credeva davvero, era Netanyahu, che ogni venerdì mattina riuniva il suo gabinetto ristretto senza mai portare la questione a un voto, aggirando così la sottocommissione della Knesset per l'intelligence. Anche a Washington l'entusiasmo era pressoché nullo. L'11 febbraio, allo Studio Ovale, Trump sembra convinto dopo un colloquio di appena due minuti con Netanyahu e Barnea in videoconferenza. Ma il giorno dopo, riuniti i consiglieri, l'aria cambia radicalmente: il vicepresidente Vance si dice scettico, il segretario di Stato Rubio, che pure è un falco, liquida il piano come una sciocchezza, il direttore della CIA Ratcliffe lo definisce apertamente una farsa. Trump chiude la partita: il cambio di regime, se doveva avvenire, sarebbe stato un problema degli israeliani. Tre giorni prima dell'ora zero, il capo di Stato maggiore Zamir scopre che il successo dell'intera operazione dipendeva dall'assassinio della guida suprema Khamenei. La conclusione di Haaretz è amara e, diciamolo, anche un po' beffarda: l'operazione Gatto con gli Stivali è stata fin dall'inizio un gatto nel sacco. Il 14 luglio l'ufficio di Ahmadinejad ha diffuso una smentita durissima, definendo il New York Times uno "spargitore seriale di menzogne" e precisando che l'ex presidente non è affatto agli arresti domiciliari, essendo stato visto anche ai funerali di Khamenei. È un dettaglio che vale la pena isolare, perché mentre l'esistenza di un complotto resta materia di fonti anonime e quindi difficile da verificare, la questione degli arresti domiciliari è invece un fatto controllabile, e su questo punto il Times rischia grosso. Anche Alberto Negri, che ha conosciuto personalmente Ahmadinejad, ha ridimensionato la portata della vicenda: un uomo senza più seguito né prestigio reale, tanto poco temuto dal regime da essere stato lasciato libero di partecipare ai funerali del leader supremo. Al massimo, scrive Negri, gli israeliani lo hanno coinvolto in un golpe fantasioso che oggi serve soprattutto a coprire il fallimento di Netanyahu davanti a Trump. ▷ ISCRIVITI AL NOSTRO CANALE YOUTUBE: https://bit.ly/2MeYWI7 ▷ ULTERIORI APPROFONDIMENTI SU: https://www.radioradio.it/

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