Independence day, Trump sul palco: “Siamo più ricchi e forti che mai”
Jul 5, 2026•Channel
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Per l’ultimo atto della lunga celebrazione del duecentocinquantesimo compleanno degli Stati Uniti, quasi saltato a causa di una tempesta di fulmini troppo vicina al Mall di Washington, il presidente Trump ha scelto un approccio un po’ più istituzionale rispetto alle ultime uscite, che sembravano comizi elettorali rivolti al solo pubblico Maga.
Poi però è stato più forte di lui, e non è riuscito ad evitare di lamentarsi di come l’ha trattato il sistema giudiziario, lanciare l’ennesimo attacco al comunismo per colpire in realtà i democratici socialisti che lo sfidano e lo imbarazzano sul tema dell’affordability, e spronare il Congresso ad approvare la legge Save America Act, con cui spera di evitare la sconfitta alle midterm di novembre.
"Qui, sul nostro National Mall, celebriamo il trionfo della libertà sulla tirannia, la vittoria della libertà sull'oppressione e il successo duraturo dello spirito americano, dal 4 luglio 1776 al 4 luglio 2026. Stasera, il nostro Paese è più forte, più libero, più ricco, più sicuro e più orgoglioso che mai. L'America è una nazione di vincenti e oggi sta vincendo di nuovo", ha sottolineato Trump.
Durante il discorso ha evocato gli eroi americani, da Davy Crockett ai fratelli Wright, fino ai Marines che combatterono a Iwo Jima. E ha mostrato l’ultimo stendardo americano che aveva sventolato sul Checkpoint Charlie di Berlino, per rilanciare l’attacco al comunismo risorgente negli Usa: "La bandiera a stelle e strisce ha già relegato falce e martello nell'oblio in passato, e lo farà di nuovo se necessario. Il comunismo ha mostrato il suo volto orribile proprio qui in America. È come un cancro: bisogna estirparlo, e bisogna farlo in fretta. Non vogliamo i comunisti, non ne abbiamo bisogno e l'America non diventerà mai un Paese comunista". In realtà è un partito che negli Usa praticamente non esiste, ma il capo della Casa Bianca lo usa come spauracchio per attaccare i democratici socialisti.
L'articolo di Paolo Mastrolilli su Repubblica